Mirella Guasti - Luigi Pellanda

FLORENCE ART GALLERY

Sabato 9 novembre alle ore 17.30 presso FLORENCE ART GALLERY, in Borgo Ognissanti 64r, si inaugura una nuova esposizione dedicata a due grandi artisti: Mirella Guasti e Luigi Pellanda. Scultura e pittura insieme in una mostra unica, ricca di opere e di altissimo livello qualitativo. La rassegna sarà visibile già dal 5 novembre.

Le sculture di Mirella Guasti sono affascinanti e raffinate, eleganti nei loro movimenti e nella loro postura. Afferma la stessa autrice: “le mie opere vogliono essere un tentativo di rasserenare, di contrastare la durezza e la brutalità della vita, quasi un rifugio per i nostri sguardi violentati. Non cerco di rappresentare delle forme che esaltino la fisicità ma che, attraverso lo sviluppo verticale, conducano lo sguardo verso l’alto, abbandonando la pura ricerca anatomica per cogliere l’essenza del movimento e della tensione interiore”.

Luigi Pellanda è un iperrealista, ama raffigurare la natura morta, lo fa con una capacità magistrale e in maniera  del tutto originale. Cura ogni dettaglio, organizza lo spazio, “dirige” la scena con sublime attenzione alla luce, ai riflessi, alle ombre. Niente è casuale. Nelle sue nature si percepisce quasi un movimento, il soggetto sembra volerci raccontare qualcosa, e l’autore ce lo fa capire anche attraverso l’accurata scelta del titolo di ciascuna opera.

 

L’iniziativa si inserisce all’interno del ciclo di eventi Un tè da Ristori. 

 

Le opere esposte sono in vendita e saranno in mostra fino al 20 novembre 2019.

 

MIRELLA GUASTI - Autobiografia 

Il cortile della casa di via Viganò 8 a Milano, dove sono nata nel 1933, l’ho rivisto da poco, identico a come tante volte l’avevo osservato aggrappata alla ringhiera della terrazza, con gli occhi della bambina di quattro anni che avrebbe tanto voluto qualcosa di impossibile in quell’ambiente: poter uscire per correre all’aperto.

Per questo la casa del Lido di Venezia, dove successivamente ci siamo trasferiti, rimane avvolta in un alone magico: una bella villetta liberty, con un gran giardino, con gli alberi e l’erba e con un glicine contorto che si arrampicava sul terrazzo del soggiorno ricoprendolo con un pergolato di fiori profumati.

E poter andare (a piedi e da soli!!) fin sulla spiaggia di una sabbia dorata e fine e piena di conchiglie come non ne avevamo mai viste e dove si poteva giocare e correre a perdifiato. Era come vivere in una favola.

Che continua in una seconda casa, sempre al Lido, sempre con un bel giardino (e anche sempre liberty), ma più grande, perché nel frattempo la famiglia aumenta e presto arriveremo ad essere in sette fratelli: ai tre milanesini si aggiungono, nell’arco di pochi anni, i quattro lidensi, che i nostri genitori, due chimici amanti della sperimentazione, hanno pensato di mettere al mondo, con un ottimismo che rasentava l’incoscienza, sfidando i nuvoloni che si stavano addensando sulle nostre teste e che sarebbero deflagrati nella tempesta terribile dell’ultima guerra.

Ma per il momento gustavamo la felicità di vivere in quell’isola piena di orti, di verde, di mare, di libertà di correre in bicicletta o sui pattini, come in una splendida vacanza. In queste nostre case, sempre al posto d’onore nel salotto, dominava il ritratto del bisnonno Cesare Guasti, pratese, accademico della Crusca, letterato, amico e mecenate di artisti.

Il nostro papà è vissuto nel culto di questo avo illustre, profondamente cristiano (di cui è in corso un processo di beatificazione) autore di una traduzione dell’“Imitazione di Cristo”.

Da lui papà ha ereditato il rigore morale e i solidi principi che lo hanno sempre guidato nelle sue scelte e che indubbiamente ha trasmesso a tutti noi. Rigore e principi che in alcune circostanze si sono rivelati un fardello faticoso da portare, ma a cui non è possibile opporsi perché sono presenti come una voce della coscienza.

E poi l’estremo pudore dei sentimenti e il rifiuto di ogni forma di enfasi, cose che spesso possono anche frenare una sana espansività e che probabilmente a volte, ci fanno apparire come persone poco affettuose mentre, al contrario, i nostri legami familiari e di amicizia sono fortissimi e non vengono mai meno, anche se in qualche modo nascosti sotto una specie di ruvidezza e una buona dose di ironia.

Venendo poi alla manualità e all’ingegnosità che per tutti noi sono doti naturali, nonostante gli studi ci abbiano portati in direzioni diverse, credo che anche queste siano discese “per li rami” provenendo dal bisnonno, frequentatore di artisti e autore di saggi critici. Senza contare che anche nella famiglia materna è presente un pittore dell’800 napoletano, Vincenzo Montefusco (amico di Pellizza da Volpedo) che aveva uno studio a Roma, autore di dipinti esposti anche al Museo di Capodimonte e di cui sono arrivati in eredità alcuni studi.

Questo per dire che forse non c’è da meravigliarsi se ad un certo punto è maturato in me il desiderio di esprimere in qualche modo quello che in nuce già interiormente esisteva. Solo che ci sono stati anni in cui la mia gioia e il mio desiderio primario erano quelli di dedicarmi ai figli, nati a brevissima distanza l’una dall’altro, che hanno occupato il mio tempo in modo totale per anni, ma sempre facendomi sentire questo vincolo stretto non come un sacrificio, ma come uno stato di grazia che mi rendeva pienamente appagata. È stato dopo, quando questi impegni verso la fine degli anni sessanta si sono un po’ allentati e quando ho scoperto degli spazi di cui potevo appropriarmi, che ho iniziato la ricerca, faticosa per mancanza di punti di riferimento, di qualcuno che mi insegnasse i primi rudimenti della scultura. In mancanza di meglio ho cominciato con la ceramica che almeno mi dava la possibilità di prendere confidenza con la creta; ben presto però mi sono resa conto che il lavoro minuzioso di incisione e di decoro non faceva per me, istintivamente portata ad applicare ai manufatti decorazioni in rilievo, cosa che suscitava in chi mi seguiva l’esortazione a dedicarmi alla scultura.

Sentendo l’esigenza di confrontarmi con l’anatomia ho iniziato a frequentare corsi di disegno di nudo, finalizzati sempre alla realizzazione di sculture in creta, unico materiale che per molti anni ho usato. Mi sono sempre rifiutata di effettuare delle copie in bronzo delle mie terrecotte in quanto continuavo a pensare che l’opera da me realizzata dovesse rimanere unica. Nonostante questa mia posizione, ho effettuato numerose mostre sia in Italia che all’estero, New York compresa.

Dopo anni e  anni di pressioni da parte di estimatori, amici, collezionisti e di Serri della Cinquantasei di Bologna, verso la fine del 2004 mi sono decisa a realizzare i primi bronzi, ma per nessun motivo volevo effettuare più di  tre esemplari. Per questi anziché utilizzare la plastilina ho preferito realizzare i modelli in kriptonite, un materiale di solito utilizzato per la realizzazione di scenografie, costituito essenzialmente di gesso che, tramite l’aggiunta di additivi atti a ritardarne il consolidamento, mi ha permesso la realizzazione di opere molto più grandi, sostenute da strutture che ogni volta implicano uno studio della posizione che la scultura dovrà assumere.

È così che ogni volta, più dell’arte, entrano in gioco l’ingegnosità e l’utilizzo di strumenti che mai avrei pensato di riuscire ad usare, ritenendoli più consoni ad un manovale che ad una tipa come me, d’altra parte, trattandosi di tagliare tondino di ferro o rete metallica, questa è la tecnica. E poi, se in greco la parola “arte” si dice “τ?χνη” (téchne), ci sarà pure una ragione.

Certo, a volte può succedere che quello che in principio ho in mente, mi si modifichi in corso d’opera e non corrisponda più all’idea iniziale. Allora nasce la delusione, come succede quando, avendo in testa un motivo musicale, provando ad esprimerlo con la voce, ci esce stonato. Tutto sta nel non scoraggiarsi e nel considerare le sconfitte provvisorie come un insegnamento utile a conseguire migliori risultati per l’avvenire. Una certa cocciutaggine aiuta. Come aiuta l’impegno quotidiano, che per altro non sento come fatica, e che mi dà un grande entusiasmo.

A questo si aggiunge, dal momento in cui sono arrivata alla realizzazione dei bronzi, il lavoro sulle cere. La duttilità della cera permette interventi più immediati e gratificanti, in cui la manualità può esprimersi liberamente, quasi senza ostacoli.

Anche la patinatura del bronzo è appassionante perché, partecipandovi attivamente, si possono studiare assieme al tecnico effetti bellissimi e sempre diversi, che riescono ad esaltare il movimento della scultura.

Come ho cercato di spiegare altrove, le mie opere vogliono essere un tentativo di rasserenare, di contrastare la durezza e la brutalità della vita, quasi un rifugio per i nostri sguardi violentati.

Non cerco di rappresentare delle forme che esaltino la fisicità ma che, attraverso lo sviluppo verticale, conducano lo sguardo verso l’alto, abbandonando la pura ricerca anatomica per cogliere l’essenza del movimento e della tensione interiore. 

Nonostante le mie perplessità del passato nei confronti delle sculture in bronzo, le mostre in piazza (Bologna, Chieti, Capri), la personale a Faenza nel Museo della ceramica, la presenza alla Biennale diretta da Vittorio Sgarbi e il fatto che oggi le mie creature si vendono in tutto il mondo, devo dire che i risultati conseguiti, assolutamente insperati, mi fanno sentire più giovane!

 

LUIGI PELLANDA - Nota Biografica 

Luigi Pellanda è nato a Bassano del Grappa nel 1964. Artista autodidatta ha coltivato la sua passione per l’arte fin da primi anni Settanta, periodo in cui esperimenta molteplici discipline artistiche praticate dai numerosi fratelli, passando dalla musica alla ceramica, alla pittura su tela, con disinvolta naturalezza.

Ma è la visione dei dipinti di Caravaggio che lo segna profondamente: dai tempi della scuola il grande artista ha rappresentato il suo ideale obiettivo di un modo di fare “pittura”, grazie ai suoi forti contrasti di  luce ed ombra da cui è dominata.

Nel 1980, a sedici anni, scrive già musica e testi e con una sua composizione, su un testo di Flanin, vince il concorso canoro “La rosa d’oro”. Da qui inizia un percorso di cantautore che lo porta su diversi palcoscenici a fianco di importanti artisti nazionali.

Nel 1996, dopo aver ammirato un’incisione di Giovanni Barbisan, si appassiona all’incisione ed esegue una serie di incisioni personalmente curate e stampate nel suo studio. La prima mostra “Antologica 1986/2002” è realizzata nel 2002, patrocinata dal Comune di Marostica (Vicenza). Le sue opere pittoriche sono esposte al pubblico, presso le sale del prestigioso Castello Inferiore, dove verranno ammirate da più di novemila visitatori in soli quindici giorni.

Nello stesso periodo si aggiunge, alla pittura, anche la modellazione della creta nell’azienda di ceramiche artistiche del fratello maggiore, con una ricerca personale e più contemporanea, uscendo dai tradizionali canoni di forma della ceramica Novese e Bassanese. La passione per la natura, in particolare per la fauna e la botanica, diventa spunto ed ispirazione per dipinti a tempera su tavola che impegnano la sua ricerca personale per gran parte degli anni ottanta. Nel 1991 si dedica con intensità allo studio della natura morta. Allo stesso periodo risale anche la prima Esposizione Personale di Bassano del Grappa (Vicenza), che segnerà definitivamente il suo percorso artistico e professionale. 

Nel 1993, a soli due anni dalla prima esposizione, comincia a collaborare con importanti gallerie d’arte a livello nazionale, partecipando alle più importanti fiere d’arte contemporanea.

Nel 1996, dopo aver ammirato un’incisione di Giovanni Barbisan, si appassiona all’incisione ed esegue una serie di incisioni personalmente curate e stampate nel suo studio. La prima mostra “Antologica 1986/2002” è realizzata nel 2002, patrocinata dal Comune di Marostica (Vicenza). Le sue opere pittoriche sono esposte al pubblico, presso le sale del prestigioso Castello Inferiore, dove verranno ammirate da più di novemila visitatori in soli quindici giorni.

Nel 2003 annovera già un’ottantina di Mostre personali al suo attivo. Espone a Dallas (USA), Colonia (Germania), ed in Austria.

Fra le mostre più importanti ricordiamo: Antologica al Castello inferiore di Marostica, Vicenza; Personale della Galleria Cinquantasei, Bologna, 2003; Figure e Figure. Da Favretto a Pellanda, a cura di S. Pegoraro, Bologna, 2003; Personale, San Paolo Private Banking, Padova, 2004; Antologica con Opere dal 1985 al 2005, a cura di R. Bossaglia, Galleria Cinquantasei, Bologna, 2005; Mito Auto Moto 2, Motor Show, Bologna, 2006; “Indagine sul Novecento”, a cura di C. Poppi, Galleria Cinquantasei, Bologna, 2007; Primo e Secondo 900 a cura di E. Serri, Bologna, Galleria Cinquantasei, 2009. Nel 2009 gli viene assegnato il Premio Internazionale Umoristi a Marostica per la sezione Cartoon. Nel 2011 partecipa alle mostre promosse da Vittorio Sgarbi per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Nel 2012, 2013, 2014 e 2015 viene invitato ad esporre con una personale ad una delle più importanti manifestazioni artistiche asiatiche “Art Revolution Taipei”.